Un Secolo di Resistenza
è un viaggio-percorso attraverso la canzone popolare che parte dalle rivendicazioni contadine di fine Ottocento per arrivare fino ai giorni nostri.
Il filo conduttore scelto per questo viaggio è la resistenza, intesa come rifiuto della miseria, lotta per i diritti del lavoro, tragedia della guerra, ribellione contro la dittatura e l’occupazione straniera e la fatica quotidiana di vivere della “povera gente”.
scorrendo verso il basso potrai leggere le presentazioni e i testi dei canti dello spettacolo

GLI SCARIOLANTI
anonimo - fine '800
Canzone nata dopo il 1880 fra i braccianti addetti ai lavori di bonifica delle paludi costiere della Romagna e della provincia di Ferrara. Quell'opera richiamava nella zona masse enormi di contadini poveri e di braccianti attratti dalla nuova possibilità di lavoro.

A mezzanotte in punto
si sente un grande rumor
sono gli scariolanti
lerì lerà
che vengono al lavor.
Volta, rivolta
e torna a rivoltar.
noi siam gli scariolanti
lerì lerà
che vanno a lavorar.
SON CIECO E MI VEDETE
anonimo - fine '800
Una contaminazione tra un canto pietistico e lamentoso di cui ha conservato la prima strofa e un canto di esplicito significato politico che secondo alcuni risalirebbe a qualche anno dopo il 1880.

Son cieco e mi vedete devo chieder la carità
Ho quattro figli, piangono, del pane non ho da dar.
Ho quattro figli, piangono,del pane non ho da dar.
Noi anderemo a Roma davanti al papa e al re
Noi grideremo ai potenti che la miseria c'è.
Noi grideremo ai potenti che la miseria c'è.
E per le vie di Roma la bandiera vogliamo alzar.
Sventola la bandiera il socialismo trionferà Sventola la bandiera il socialismo trionferà
ADDIO A LUGANO
Pietro Gori - 1895
Un classico del repertorio politico, quasi un modello di tutto un filone del canto protestatario del periodo fra il 1885 e la prima guerra mondiale. Autore delle parole è Pietro Gori, avvocato, personalità attiva del movimento anarchico italiano. Scrisse il canto nel carcere di Lugano dopo uno dei suoi numerosi arresti avvenuto nel luglio del 1894, quando con altri dodici fuoriusciti italiani (anarchici e socialisti) dovette lasciare la Svizzera.

Addio, Lugano bella, o dolce terra pia,
scacciati senza colpa gli anarchici van via
e partono cantando colla speranza in cor.
Ed è per voi sfruttati, per voi lavoratori,
che siamo ammanettati al par dei malfattori;
eppur la nostra idea è solo idea d'amor.
Anonimi compagni, amici che restate,
le verità sociali da forti propagate:
e questa è la vendetta che noi vi domandiam.
Ma tu che ci discacci con una vil menzogna,
repubblica borghese, un dì ne avrai vergogna
ed ora t'accusiamo in faccia all'avvenir.
Scacciati senza tregua, andrem di terra in terra
a predicar la pace ed a bandir la guerra:
la pace tra gli oppressi, la guerra agli oppressor.
Elvezia, il tuo governo schiavo d'altrui si rende,
di un popolo gagliardo le tradizioni offende
e insulta la leggenda del tuo Guglielmo Tell.
Addio, cari compagni, amici luganesi,
addio, bianche di neve montagne ticinesi,
i cavalieri erranti son trascinati al nord...
IL TRAGICO AFFONDAMENTO DEL SIRIO
anonimo - 1906
Alla fine del XIX secolo inizia il grande esodo verso le Americhe. Il 4 agosto del 1906 la nave Sirio, partita da Genova carica di emigranti, naufraga miseramente di fronte alle coste spagnole. Oltre 500 i morti.

E da Genova in Sirio partivano
Per l'America varcare, varcare i confin
Ed a bordo cantar si sentivano
Tutti allegri del suo destin
Urtò il Sirio un orribile scoglio
Di tanta gente la misera fin
Padri e madri abbracciava i suoi figli
Che sparivano tra le onde del mar
E fra loro un vescovo c'era
Dando a tutti la sua benedizion
LA LEGA
anonimo - primi del '900
Grandissima è stata la diffusione di queste strofe in tutta la Val Padana negli anni di più viva attività delle leghe contadine tra il 1900 e il 1914. Esiste un numero imprecisato di versioni. Il canto è un documento di espressività spontanea contadina, uno strumento di protesta e di comunicazione.

Sebben che siamo donne paura non abbiamo
per amor dei nostri figli in lega ci mettiamo.
A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà.
E la libertà non viene perché non c’è l’unione
crumiri col padrone son tutti da ammazzar.
A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà.
Sebben che siamo donne, paura non abbiamo
abbiam delle belle buone lingue e ben ci difendiamo.
A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà.
E voialtri signoroni che ci avete tanto orgoglio
abbassate la superbia e aprite il portafoglio.
A oilì oilì oilà e la lega crescerà
e noialtri lavoratori vogliam la libertà!
O GORIZIA TU SEI MALEDETTA
anonimo - circa 1916
Il sentimento di orrore per i tragici costi umani di quella vicenda bellica: circa 50.000 soldati e 1759 ufficiali caduti di parte italiana, 40.000 e 862 ufficiali per gli austriaci. Una carneficina, che favorì la nascita e la circolazione di un largo e condiviso stato d’animo di ripugnanza per la guerra, testimoniato da alcuni canti di protesta. Tra i più belli, diffusi e significativi dell’intero conflitto 1915 – 18 il testo che segue, intitolato O Gorizia, tu sei maledetta, nelle cui strofe, si ritrovano “ la violenza, l’inutilità e il dolore della guerra, gli affetti che si perdono, la discriminazione di classe fra soldati e ufficiali, i morti che non ritornano”.

La mattina del cinque d'agosto
si muovevan le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì
Sotto l'acqua che cadeva a rovescio
grandinavan le palle nemiche
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu
O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letto di lana
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir
Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì
Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col suo nome nel cuor
Traditori signori ufficiali
Che la guerra l'avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù
O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.
CANTO DEI DEPORTATI (DIE MOORSOLDATEN)
Testo: Johann Esser - Wolfgang Langhoff
Musica: Rudi Goguel - 1934
Die Moorsoldaten, il più noto canto della Resistenza tedesca e forse anche il più bello in assoluto del movimento operaio tedesco, nacque nel 1934 nel Campo di concentramento statale prussiano di Börgermoor-Papenburg, uno dei primi lager istituiti dal regime nazista per rinchiudervi principalmente i più pericolosi oppositori politici (socialisti, comunisti, anarchici). Ne proponiamo una versione in italiano.

Fosco è il cielo nel lividore
di paludi senza fine
tutto intorno è già morto o muore
per dar gloria agli aguzzini.
Sul suolo desolato
con ritmo disperato, un canto.
Una rete spinosa serra
il deserto in cui moriam
non un fiore su questa terra,
non un trillo in ciel udiam!
Sul suolo desolato
con ritmo disperato, un canto.
Suono di passi, di spari e schianti,
sentinelle notte e dì;
colpi, grida, lamenti e pianti
e la morte a chi fuggì.
Sul suolo desolato
con ritmo disperato, un pianto.
Pure un giorno la sospirata
primavera tornerà
dei tormenti la desiata
libertà rifiorirà.
Dai campi del dolore
rinascerà la vita, domani!
PIETA' L'E' MORTA
Nuto Revelli - 1944
Una delle più intense e famose canzoni della resistenza. Il modulo musicale appartiene alla tradizione militare . Su quest'aria intonarono il loro deluso lamento gli alpini in Russia e in Albania. “Sul ponte di Perati” che di “Pietà l'è morta” costituisce il diretto antecedente è certo fra i documenti più toccanti e significativi del canto militare della seconda guerra mondiale, quasi il simbolo di questa avventura disperata e sanguinosa. Pietà l'è morta fu scritta da Nuto Revelli e cantata dai partigiani del Cuneense in gran parte provenienti dalle file degli alpini e alla tradizione di questo corpo ancora legati.
.

Lassù sulle montagne bandiera nera:
è morto un partigiano nel far la guerra.
È morto un partigiano nel far la guerra,
un altro italiano va sotto terra.
Laggiù sotto terra trova un alpino,
caduto nella Russia con il Cervino.
Ma prima di morire ha ancor pregato:
che Dio maledica quell'alleato!
Che Dio maledica chi ci ha tradito
lasciandoci sul Don e poi è fuggito.
Tedeschi traditori, l'alpino è morto
ma un altro combattente oggi è risorto.
Combatte il partigiano la sua battaglia:
Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia!
Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia!
Gridiamo a tutta forza: Pietà l'è morta!
SIAMO I RIBELLI (DALLE BELLE CITTA')
Parole: Emilio Casalini "Cini"
Musica: Angelo Rossi "Lanfranco"
1944
Inno della III Brigata d'assalto Liguria che venne quasi interamente distrutta il 6 aprile 1944. Il canto è attribuito al comandante partigiano genovese Emilio Casalini fucilato l'8 aprile 1944. La canzone fu intonata la prima volta verso la fine del gennaio 1944.

Dalle belle città date al nemico
fuggimmo un dì su per l'aride montagne,cercando libertà tra rupe e rupe,contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine,
mutammo in caserme le vecchie cascine,armammo le mani di bombe e mitraglia,temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.
Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
Di giustizia è la nostra disciplina,
libertà è l'idea che ci avvicina,
rosso sangue è il color della bandiera,
partigian della folta e ardente schiera.
Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate.
sentimmo l'ardor per la grande riscossa,sentimmo l'amor per la patria nostra.
Siamo i ribelli della montagna,
viviam di stenti e di patimenti,
ma quella fede che ci accompagna
sarà la legge dell'avvenir.
BELLA CIAO
anonimo - circa 1945
Insieme a “Fischia Il Vento” è la canzone più famosa della Resistenza. Presumibilmente “Bella Ciao” non fu mai cantata durante la guerra partigiana ma nacque nell'immediato dopoguerra. La sua popolarità ebbe inizio nel 1948 al Festival della Gioventù di Berlino dove fu cantata, con enorme successo, da un gruppo di studenti italiani.

Una mattina mi sono alzato o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
una mattina mi sono alzato e ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o partigiano, portami via che mi sento di morir.
E se muoio da partigiano o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e se muoio da partigiano tu mi devi seppellir.
Seppellire lassù in montagna o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao seppellire lassù in montagna sotto l'ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno e diranno: o che bel fior!.
E" questo il fiore del partigiano o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
è questo il fiore del partigiano morto per la libertà
SON LA MONDINA
Pietro Besate - circa 1950
Il testo di questa canzone è stato scritto intorno al 1950. La musica è presa da una canzone popolare di risaia dal titola “La rondinella”. La terza strofa fa riferimento alle campagne politiche per la pace negli anni 50.

Son la mondina, son la sfruttata,
son la proletaria che giammai tremò:
mi hanno uccisa, incatenata,
carcere e violenza, nulla mi fermò,
Coi nostri corpi sulle rotaie,
noi abbiam fermato i nostri sfruttator;
c'è molto fango sulle risaie,
ma non porta macchia il simbol del lavor,
E lotteremo per il lavoro,
per la pace, il pane e per la libertà,
e creeremo un mondo nuovo
di giustizia e di nuova civiltà.
Questa bandiera gloriosa e bella
noi l'abbiam raccolta e la portiam più in su
dal Vercellese a Molinella,
alla testa della nostra gioventù.
E se qualcuno vuol far la guerra,
tutti uniti insieme noi lo fermerem:
vogliam la pace sulla terra
e più forti dei cannoni noi sarem.
NINA TI TE RICORDI
Gualtiero Bertelli -1967
Canzone scritta da G. Bertelli nel 1967 in dialetto veneto. Nei primi anni 70 circolava in città una versione in dialetto genovese.
Il testo narra la triste vicenda di due operai, giovani sposi, che tornano con la memoria al tempo in cui, fidanzati e cattolici osservanti, non facevano l'amore perché non ancora uniti in matrimonio. Ma anche da coniugati le cose paiono non esser semplici, ché amarsi resta un lusso per pochi e non un diritto, se Nina aspetta un bimbo ed il marito è ancora disoccupato

Nina ti te ricordi
quanto che gavemo messo
a andar su 'sto toco de leto
insieme a far a l'amor.
Sie ani a far i morosi
a strenserla franco su franco
e mi che sero stanco
ma no te volevo tocar.
To mare che brontolava
Quando che se sposemo;
el prete che racomandava
che no se doveva pecar.
E dopo se semo sposai
che quasi no ghe credeva
te giuro che a mi me pareva
parfin che fusse un pecà.
Adesso ti speti un fio
e ancuo la vita xe dura
a volte me ciapa la paura
de aver dopo tanto sbaglià.
Amarse no xe no un pecato,
ma ancuo el xe un lusso de pochi
e intanti ti Nina te speti
e mi so disocupà.
E intanto ti Nina te speti
e mi so disocupà.
IL VESTITO DI ROSSINI
Paolo Pietrangeli - 1969
Le lotte operaie, le manifestazioni in piazza, la repressione e i morti in questa delicatissima canzone di P. Pietrangeli del 1969.

"Come ti chiami?". "Ve l'ho già detto"." Ripeti ancora, non ho capito". "Sono Rossini, iscritto al partito, sor commissario, mi conoscete".
"Confessa allora, tu l'hai colpito, non mi costringere a farti del male, tu sai benissimo, conosco dei mezziche anche le tombe fanno parlare".
"Sor commissario, i vostri mezzisono due ore che li sopporto e se volete vedermi morto continuate pure così".
Aveva solo un vestito da festa, se lo metteva alle grandi occasioni; a lui gli dissero: domani ai padroni gliela faremo, faremo pagar. E l'indomani, quando era già l'alba, apri l'armadio e il vestito si mise,
guardo allo specchio e la faccia sorrise, guardo allo specchio e si disse di sì. E andò alla fabbrica ed erano in mille, tutti gridavano l'odio e il furore;
forse Giovanna il vestito vedeva in quella folla fra tanto colore.
"Ti han visto tutti, tu sei finito, c'è anche del sangue sul tuo vestito: quei cinque uomini che sono morti sulla coscienza li hai anche tu". "Sor commissario voi lo sapete quali che sono i veri assassini, quelli al servizio degli aguzzini che questa vita ci fanno fare.
E questo sangue che ho sul vestito è solo il sangue degli innocenti che protestavano perchè fra i denti
solo ingiustizia hanno ingoiato".
Aveva solo un vestito da festa,se lo metteva alle grandi occasioni; a lui gli dissero: domani ai padroni
gliela faremo, faremo pagar. Ma l'hanno visto con un sasso in mano che difendeva un ragazzo già morto, ma quel che conta è che a uno di loro unsampietrino la testa sfasciò. Ed ha scontato vent'anni in prigione perchè un gendarme s'è rotto la testa;ormai Giovanna ha tre figli, è in pensione,chissà se ha visto il vestito da festa.
AUSCHWITZ
(la canzone del bambino nel vento)
Francesco Guccini - 1964
Guccini scrive e canta la storia terribile ed emblematica di un anonimo bambino morto e bruciato nel famigerato campo di sterminio nazista Una storia-simbolo delle altre sei milioni di vittime dell'orrore hitleriano; la canzone non si limita alla condanna del nazismo ma allarga la sua condanna a ogni guerra.

Son morto con altri cento
Son morto ch'ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz c'era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d'inverno
E adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano, non riesco ancora
A sorridere qui nel vento
Io chiedo, come può un uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento.
Ancora tuona il cannone,
Ancora non è contenta
Di sangue la belva umana
E ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà
Che l'uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà.
VEDRAI COME E' BELLO
Gualtiero Bertelli - 1967
Anche questa è una canzone scritta da G. Bertelli nel 1967. La prima parte, quella più innocua, interpretata da Bruno Lauzi, fu la sigla di una trasmissione televisiva pomeridiana sul lavoro ( Turno C) in onda tra il 1970 ed il 1976.

M'hanno detto a quindici anni di studiare elettrotecnica; è un diploma sicuro, d'avvenire tranquillo,con quel pezzo di carta non avrai mai problemi,
non avrai mai padroni, avrai sempre il tuo lavoro.
Vedrai com'è bello lavorare con piacere
in una fabbrica di sogno tutta luce e libertà!
M'hanno detto a quindici anni: fai la specializzazione,è importante, nella fabbrica farai il lavoro che ti piace.
lo l'ho fatta, ed a vent'anni poi mi sono diplomatoe ad un corso aziendale
m'hanno pur perfezionato.
Vedrai com'è bellolavorare con piacere
in una fabbrica di sogno tutta luce e libertà!
Tutto quello che hai studiato dentro qui non serve a niente, non importa un accidente cosa poi tu voglia fare;
il diritto più importante
è catena di montaggio, modi e tempi di lavoro ogni giorno, ogni ora.
Qui dentro non c'è tempo, non c'è spazio per la gente, qui si marcia con le macchine e non si parla di libertà.
La tua libertà resta fuori dai cancelli, la puoi ritrovarefra le mura di casa.
Vedrai com'è bellolavorare con piacere
in una fabbrica di sogno tutta luce e libertà!