Canti Resistenti

“Noi abbiamo combattuto per quelli che c’erano, per quelli che non c’erano e anche per chi era contro.“ 
(Arrigo Boldrini -"Bulow" - Comandante Partigiano)

Canti Resistenti è una raccolta dei più famosi canti della Guerra di Liberazione (anche se, per la verità, parecchi sono stati composti appena finita la Resistenza), arrangiati ed interpretati "alla maniera" degli Scariolanti.

Da "Canti Resistenti" sono nati diversi spettacoli come "Sutta a chi tucca" e "You have done a wonderful job", dedicati alla liberazione di Genova e "Storia di una promessa...anzi di più promesse", basato sul racconto  di Lilio Giannecchini - "Toscano" - vicecomandante della 58° Brigata Garibaldi "Oreste", che ricorda l'uccsione di sei suoi compagni e i cui corpi non furono mai ritrovati.

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scorrendo verso il basso potrai leggere le presentazioni e i testi dei canti dello spettacolo

BELLA CIAO

Muoio a diciotto anni,  
tradito dalla sorte e dai fascisti.
Amici, fratelli, compagni,
non piangete per me
ma continuate a lottare.
Seppellitemi nella terra,
innaffiate ogni giorno il fiore rosso della libertà,
con i vostri pensieri, il vostro sorriso,
la vostra forza, il vostro coraggio.
Non si può essere liberi senza valori da difendere.
Dolce compagna delle mie ore più liete,
tocca a te, ora, continuare la nostra battaglia.
Resterò sempre nei vostri cuori se lo vorrete,
se intonerete per me una canzone ribelle.
Ciao bella, ciao bella, ciao ciao ciao!

(Scariolanti - Genova)

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Stamattina mi sono alzato o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao stamattina mi sono alzato e ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o partigiano, portami via
che mi sento di morir.
E se muoio da partigiano o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e se muoio da partigiano tu mi devi seppellir.
Seppellire lassù in montagna o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao seppellire lassù in montagna sotto l'ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno e diranno:  che bel fior!. 
E' questo il fiore del partigiano o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
è questo il fiore del partigiano morto per la libertà.

Brigata Caio

(anonimo – Sulla melodia del canto popolare russo "Stenka Razin" di autore sconosciuto del secolo XVII)

Ferdinando Guerci, maestro soffiatore di vetro presso la Bormioli, nei primi mesi del '44, a 20 anni , si ritrovò insieme ad altri giovani parmigiani e piacentini alle falde del Monte Nero all’estremo della Val Nure verso S. Stefano d’Aveto .  Sotto il comando di Ernesto Poldrugo, i ragazzi formarono la 59° Brigata Garibaldi, che operava sul Nure. Ferdinando prese il nome di battaglia di CAIO .  Ai primi di luglio del 1944 Caio partecipò all’attacco al presidio della gendarmeria nazista stanziata nell’Albergo Grande di Bettola e riuscì a catturare sette tedeschi.  Tre settimane dopo la brigata attaccò il presidio fascista di Farini d’Olmo.  La battaglia durò a lungo. Il terzo giorno, Caio con altri compagni guidò un attacco diretto alla caserma per porre mine, avanzando casa per casa; per primo cadde il suo amico Guido Polledri ed egli istintivamente lo raggiunse per soccorrerlo e salvarlo, ma, tentando di trascinarlo dietro un muretto, fu a sua volta colpito a morte e cadde quasi abbracciato all’amico morente, gridando per ultime le sue parole solite del momento dell’attacco: “Dai! Dai!”
Per la sua intrepida vita di partigiano e per la sua morte eroica la sua 59° Brigata gli dedicò quello che diventò l'inno ufficiale della Brigata.  Caio è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

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Mentre il popolo languiva
Triste e stanco nel dolor
Con le armi si partiva
Per la Patria e per l'onor.

Verso i monti, sulle vette
Per le valli, lungo il piano,
son per fare le vendette
i soldati partigiani.


Senza tregua nè paura
La Brigata Caio va
Sulla strada lunga e dura
Ed il sol le arriderà.

Non ci scorderemo mai
Chi fu esempio nel dover
Il suo motto fu - "Dai!, Dai!"
Caio il primo nel cader

Pace eterna, gloria a voi;
mai nessuno scorderà
tutti i nomi degli Eroi
morti per la libertà.

Canto dei deportati

 (versione italiana di "Die Moorsoldaten", di J.Esser, W.Langhoff, R.Gogue - 1933)

Die Moorsoldaten, è il più noto canto della Resistenza tedesca e forse anche il più bello in assoluto del movimento operaio tedesco.  Nacque nel 1934 nel Campo di concentramento statale prussiano di Börgermoor-Papenburg, uno dei primi lager istituiti dal regime nazista per rinchiudervi i più pericolosi oppositori politici (socialisti, comunisti, anarchici).
Dopo la sua prima esecuzione in pubblico, durante una rappresentazione all’interno del Lager, il canto venne immediatamente proibito dalle SS, ma i detenuti del Lager riuscirono egualmente a fare copie del suo testo e a farle arrivare, con mezzi di fortuna, prima in Inghilterra e poi, nel 1936, in Spagna dove durante la Guerra Civile divennero estremamente diffuse tra i combattenti delle Brigate Internazionali.

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Fosco il cielo sul lividore di paludi senza fine.

tutto intorno è già morto e muore per dar gloria agli assassini.

Una rete spinosa serra il deserto in cui moriamo.

non un fiore su questa terra, non un trillo in cielo udiamo, non un suono in cielo udiamo.

Sul suolo desolato un ritmo disperato.
un canto.

Botte grida lamenti e pianti, sentinelle notte e giorno.

Suoni di passi e di spari e schianti e la morte a chi fuggì.

Pure un giorno la sospirata primavera tornerà, dai tormenti desiderata
la libertà rifiorirà, la libertà rinascerà.

Sul suolo desolato un ritmo disperato.
un pianto

Dai campi del dolore, rinascerà la vita
domani.

Dalle belle città (Siamo i ribelli della montagna)

(Emilio Casalini, Angelo Rossi – 1944)

Uno dei più intensi e significativi inni partigiani.
Viene creato nel marzo del 1944 sull'Appennino ligure-piemontese, nella zona del Monte Tobbio, dai partigiani del 5° distaccamento della III Brigata Garibaldi "Liguria" dislocati alla cascina Grilla, al comando di Emilio Casalini "Cini". 
Dalle belle città è una canzone fresca,  giovane, piena di vento e di speranza, in cui si sente vibrare la grande carica di idealità civile e politica che animò la stagione partigiana.  E' commovente pensare che appena qualche settimana dopo la composizione di questo inno, sull'altopiano del Tobbio si abbattè un uragano di ferro e di fuoco, e molti di quei coraggiosi "ribelli della montagna" finirono fucilati alla Benedicta o al passo del Turchino, braccati sui monti come belve, uccisi in battaglia o deportati nei campi di sterminio. Ma con i sopravvissuti, sopravvisse anche il canto, che divenne il simbolo della rivincita morale contro la ferocia del nemico, il segnale della riscossa partigiana, e come inno della rinata Divisione "Mingo" accompagnò il movimento di liberazione ligure-piemontese sino alla vittoria finale .

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Dalle belle città date al nemico fuggimmo un dì su per l'aride montagne, cercando libertà tra rupe e rupe, contro la schiavitù del suol tradito.
Lasciammo case, scuole ed officine, mutammo in caserme le vecchie cascine, armammo le mani di bombe e mitraglia, temprammo i muscoli ed i cuori in battaglia.
Siamo i ribelli della montagna, viviam di stenti e di patimenti, ma quella fede che ci accompagna, sarà la legge dell'avvenir.
Di giustizia è la nostra disciplina, libertà è l'idea che ci avvicina, rosso sangue è il color della bandiera, siam d'Italia l'armata forte e fiera.
Sulle strade dal nemico assediate, lasciammo talvolta le carni straziate, sentimmo l'ardor per la grande riscossa, sentimmo l'amor per la patria nostra.
Siamo i ribelli della montagna, viviam di stenti e di patimenti, ma quella fede che ci accompagna sarà la legge dell'avvenir.

E io ero Sandokan

(Ettore Scola – Armando Trovajoli) 1974

Una canzone della Resistenza, forse la più bella di tutte, che però nessun partigiano ha mai cantato, perché è stata scritta molti anni dopo (nel 1974) dal grande musicista Armando Trovajoli per un memorabile film di Ettore Scola che ne scrisse le parole.

Il film è C'eravamo tanto amati, interpretato da Stefania Sandrelli, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli e Aldo Fabrizi, ed è la storia (che si snoda per circa 30 anni di storia italiana), di Gianni, Antonio e Nicola, tre partigiani divenuti amici durante i giorni della guerra di liberazione.
La pellicola si aggiudicò il Gran Premio al Festival cinematografico internazionale di Mosca, un premio César per il miglior film straniero e tre nastri d'argento. Il film è stato successivamente inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare, "100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978".

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Marciavamo con l'anima in spalla
nelle tenebre lassù, ma la lotta per la nostra libertà, il cammino ci illuminerà
Non sapevo qual'era il tuo nome, neanche il mio potevo dir: il tuo nome di battaglia era Pinin ed io ero Sandokan.
Eravam tutti pronti a morire
ma della morte noi mai parlavam
parlavamo del futuro, se il destino ci allontana il ricordo di quei giorni
sempre uniti ci terrà.
Mi ricordo che poi venne l'alba
e poi qualche cosa di colpo cambiò
il domani era venuto e la notte era passata, c'era il sole su nel cielo
sorto nella libertà.

E quei Briganti Neri

(anonimo - fine '800)

È un adattamento alla vicenda partigiana della storia di Sante Caserio, l'anarchico italiano che uccise nel 1894 il presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Su Sante Caserio sono state composte diverse canzoni popolari che ancora adesso formano uno dei temi più conosciuti del canto anarchico.
La versione proposta è una versione al femminile, dedicata dagli Scariolanti alla memoria di Luigina Comotto, anonima antifascista savonese, fucilata a settant’anni nel 1944 perchè di non voler rivelare i nomi dei partigiani che si pensava proteggesse ed aiutasse. Ai suoi carnefici disse: "Io sono vecchia e posso anche morire, ma quelli che cercate sono giovani e non sarò certo io a darveli"

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E quei briganti neri mi hanno arrestata, In una cella scura mi han gettata. Mamma, non devi piangere per la mia triste sorte:  piuttosto di parlare vado alla morte.
E quando mi han portata alla tortura, legandomi le mani alla catena: legate pure forte le mani alla catena, Piuttosto che parlare torno in galera.
E quando mi portarono al tribunale, dicendo se conosco il mio compagno:
sì sì che lo conosco ma non dirò chi sia.
Io sono partigiana, non una spia.
E quando l'esecuzione fu preparata, fucile e mitraglie eran puntati.
Non si sentiva i colpi, i colpi di mitraglia, ma si sentiva un grido: Viva l'Italia!
Non si sentiva i colpi della fucilazione, ma si sentiva un grido: Rivoluzione!

Festa d’aprile

(Sergio Liberovici e Franco Antonicelli, 1948)

Canzone composta nel 1948 da Sergio Liberovici e Franco Antonicelli, elaborando i testi degli stornelli che venivano mandati in onda dall'emittente partigiana Radio Libertà (che trasmetteva da Sala Biellese)

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È già da qualche tempo che i nostri fascisti
si fan vedere poco e sempre più tristi,
hanno capito forse, se non son proprio tonti,
che sta arrivare la resa dei conti.
Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia
per conquistare la pace, per liberare l'Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d'Aprile.
Nera camicia nera, che noi abbiam lavata,
non sei di marca buona, ti sei ritirata;
si sa, la moda cambia quasi ogni mese,
ora per il fascista s'addice il borghese.
Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia
per conquistare la pace, per liberare l'Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d'Aprile.
Quando un repubblichino omaggia un germano
alza il braccio destro al saluto romano.
ma se per caso incontra partigiani
per salutare alza entrambe le mani.
Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia
per conquistare la pace, per liberare l'Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d'Aprile.
In queste settimane, miei cari tedeschi,
maturano le nespole persino sui peschi;
l'amato Duce e il Führer ci davano per morti
ma noi partigiani siam sempre risorti.
Forza che è giunta l'ora, infuria la battaglia
per conquistare la pace, per liberare l'Italia;
scendiamo giù dai monti a colpi di fucile;
evviva i partigiani! È festa d'Aprile.

Fischia il vento

(Testo di Felice Cascione, sul tema del canto popolare russo "Katiuscia", 1944)

Celebre canzone partigiana italiana su aria russa, il cui testo è stato scritto nel 1944 da  Felice Cascione, un giovane medico ligure nato a Imperia nel 1918. Cascione, militante antifascista fin da ragazzo, cominciò a scrivere il testo mentre era studente di Medicina a Bologna e lo completò, quando, dopo l’8 settembre, si mise a capo di un'improvvisata brigata partigiana, la prima dell'Imperiese, assumendo come nome di battaglia quello di U megu.

Il canto venne intonato la prima volta a Curenna, frazione di Vendone, durante la messa di Natale del 1943, e poi cantato in forma ufficiale ad Alto, nella piazza della chiesa il giorno dell'Epifania del 1944.

Tre settimane dopo Felice Cascione verrà ucciso dai nazifascisti in un ‘imboscata ,sulle alture di Ormea, a soli 25 anni.

Dopo la Liberazione,”Fischia il vento” divenne l'inno ufficiale delle Brigate Partigiane Garibaldi.

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Fischia il vento e infuria la bufera,

scarpe rotte e pur bisogna andar

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell'avvenir.

Ogni contrada è patria del ribelle,

ogni donna a lui dona un sospir,

nella notte lo guidano le stelle,

forte il cuor e il braccio nel colpir.

Se ci coglie la crudele morte,

dura vendetta verrà dal partigian;

ormai sicura è già la dura sorte

del fascista vile e traditor.

Cessa il vento, calma è la bufera,

torna a casa il fiero partigian,

sventolando la rossa sua bandiera;

vittoriosi, al fin liberi siam!

La pianura dei sette fratelli

(Gang, 1995)

Dedicata ai sette fratelli Cervi: Gelindo (1901), Antenore (1906), Aldo (1909), Ferdinando (1911), Agostino (1916), Ovidio (1918), Ettore (1921).
Nati a Campegine (Reggio Emilia). Fucilati il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia. 

…e a papà Alcide e mamma Genoeffa.

“Dopo un raccolto ne viene un altro"

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E terra, e acqua, e vento non c'era tempo per la paura, nati sotto la stella, quella più bella della pianura.
Avevano una falcee  mani grandi da contadini,
  eprima di dormire, un padrenostro, come da bambini.
Sette figlioli, sette, di pane e miele, a chi li do?
Sette come le note, una canzone gli canterò.
E pioggia, e neve e gelo e fola e fuoco insieme al vino, e vanno via i pensieri insieme al fumo su per il camino.
Avevano un granaio e il passo a tempo di chi sa ballare, di chi per la vita prende il suo amore, e lo sa portare.
Sette fratelli, sette, di pane e miele, a chi li do?
Non li darò alla guerra, all'uomo nero non li darò.
Nuvola, lampo e tuono, non c'e perdono per quella notte che gli squadristi vennero e via li portarono coi calci e le botte.
Avevano un saluto e, degli abbracci, quello più forte, avevano lo sguardo, quello di chi va incontro alla sorte.
Sette figlioli, sette, sette fratelli, a chi li do?
Ci disse la pianura: Questi miei figli mai li scorderò.
Sette uomini, sette, sette ferite e sette solchi.
Ci disse la pianura: I figli di Alcide non sono mai morti.
E in quella pianura, da Valle Re ai Campi Rossi
noi ci passammo un giorno, e in mezzo alla nebbia
ci scoprimmo commossi.

Pietà l’è morta

(Nuto Revelli, circa1945 - sull’aria del canto degli Alpini “Sul ponte di Perati”)

Questa e’ una di quelle canzoni popolari che hanno una lunga storia di riscrittura: stessa musica, conosciuta universalmente, ma testi diversi, riportanti vicende di guerra simili e tragiche. Conosciuta come"Sul ponte di Perati", dolentissimo canto degli Alpini della divisione "Julia", mandati al macello nel marzo 1941 al confine tra Grecia e Albania, fu ben presto severamente censurata dal regime fascista in quanto testo critico e infine del tutto proibita come "disfattista" e "sovversiva".  Per questa sua popolarità la struttura e la melodia furono utilizzate nel 1944 dal comandante Nuto Revelli, che cercava un inno per una delle prime brigate partigiane del cuneese, la sua “Compagnia Rivendicazione caduti” , così chiamata proprio in ricordo dei soldati che, da giovane ufficiale, aveva visto morire accanto a sé in Russia.       Ne compose le parole e la intitolò “Pietà l’è morta”                                                                    

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Lassù sulle montagne bandiera nera: è morto un partigiano nel far la guerra, un altro italiano va sotto terra.
Laggiù sotto terra trova un alpino,

caduto nella Russia con il Cervino.
Ma prima di morire ha ancor pregato: che Dio maledica quell'alleato!
Che Dio maledica chi ci ha tradito, lasciandoci sul Don e poi è fuggito. Tedeschi traditori, l'alpino è morto, ma un altro combattente oggi è risorto. Combatte il partigiano la sua battaglia:  Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia!
Tedeschi e fascisti, fuori d'Italia! Gridiamo a tutta forza:
Pietà l'è morta!

Se non ci ammazza i crucchi

(anonimo - testo raccolto da Dario Fo dalla voce di un amico partigiano)

In questo testo si descrivono in chiave scherzosa e dissacrante le privazioni a cui erano sottoposti i combattenti nella lotta partigiana . Il canto pare sia stato raccolto da Dario Fo dalla viva voce di un partigiano di Porto Val Travaglia, che aveva fatto parte della brigata del colonnello Carlo Croce. La formazione, operante nella zona di Varese, fu decimata dai tedeschi nel novembre 1943, durante la battaglia del monte San Martino, una delle prime battaglie della guerra partigiana. Successivamente il pezzo fu portato al successo dal gruppo dei Gufi, fondato a Milano nei primi anni ’60, che lo inserì nello spettacolo “I Gufi cantano due secoli di Resistenza” andato in scena nel 1963; nel 1966 fu pubblicato su LP.

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Se non ci ammazza i crucchi,  se non ci ammazza i bricchi, i bricchi ed i crepacci e il vento di Marenca.
Se non ci ammazza i crucchi, se non ci ammazza i bricchi, quando saremo vecchi ne avrem da raccontar

La mia mamma la mi diceva: non andare sulle montagne, mangerai sol polenta e castagne, ti verrà l'acidità

La mia morosa la mi diceva

: non andare con i ribelli

, non avrai più i miei lunghi capelli

, sul cuscino a riposar.

Questa notte mi sono insognato ch'ero sceso giù in città, c'era mia mamma vestita di rosso che ballava col mio papà. C'era i tedeschi buttati in ginocchio  che chiamavano pietà.
C'era i fascisti vestiti da prete che scappavan di qua e di là.
Se non ci ammazza i crucchi.....

Sutta a chi tucca

(anonimo, circa 1944 - sull’aria del canto popolare russo “Po dolinam i po vzgoriam”, parole di Piotr Parfenov rielaborate nel 1929 dal poeta Serghei Alimov, musica di A. T. Alexandrov)

Poche settimane dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, a Favale di Malvaro, sulle montagne alle spalle di Chiavari, si radunano i primi partigiani. I loro nomi sono Aldo Gastaldi - “Bisagno”, Giovanni Serbandini - “Bini”, Giovanni Battista Canepa – “Marzo”. Con loro altri giovani, animati dagli stessi ideali.  Non passa molto tempo e il gruppo, divenuto troppo numeroso, deve trasferirsi in un posto più capiente e più sicuro: viene scelto un casale in frazione Cichero, alle pendici del Monte Ramaceto. Nasce la “Banda Cichero” che in breve tempo diverrà la 3° Brigata Garibaldi “Liguria” e, verso la fine della guerra, la 3° Divisione Garibaldi “Cichero”, la colonna portante dell’intera VI Zona Operativa Partigiana. Alla sera i ragazzi di Cichero si radunavano attorno al fuoco, nella cucina del casale, e dopo aver mangiato assieme (quando potevano…) ascoltavano la radio che portava loro le notizie del mondo libero.  Ascoltavano con grande interesse soprattutto “Radio Mosca” che portava via etere le news dell’universo comunista, del mondo proletario, al quale soprattutto Bini e Marzo erano molto legati. Radio Mosca iniziava tutte le sere, invariabilmente, trasmettendo un canto rivoluzionario, risalente agli anni trenta, cantato dal Coro dell’Armata Rossa…
…il suo titolo era “Pa dolinam i pa vsgorjam” che tradotto in italiano suona più o meno “giù per le valli e su per i monti “. 
Il canto era trascinante e piaceva a tutti ed allora G.B.Canepa (“Marzo”) lo trascrisse in genovese, dando vita a “Sutta chi tucca!” l’inno di battaglia che la Divisione Cichero cantò fino alla vittoria finale.

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Sciù pe' i munti e zu inte-e valli, in mezo a e rocche e inte buscagge a u criu de "Sutta a chi tucca!" ì sciurtiva il partigen.

Cun 'e bumbe e cui cutelli,

cun e pistolle e cui muschettuin

, faxeivan rende i cunti a e spie e ai traditui!

Quando u partigian u sciurtiva da-a so' tanna cumme in lu u fascista da-a puia muiva e u scapava u traditu.

Quando u partigian u caseiva

i cumpagni nu cianseivan, nu, ma tosto faxevian case atritanti traditui.